CHI SIAMO! - NOVEMNBRE 2007

Agli amici, compagni, donne ed uomini che ci hanno conosciuto, sostenuto, amato

A tutti coloro che da 12 anni camminano con noi, in movimento, a Bologna, in Italia, in Europa ed ovunque i cicli di lotta ci hanno portato ad andare o a stringere reti di relazione e cooperazione politica

Ai nemici di sempre, padroni globali, polizie imperiali

Il ribelle è, se mi permetti l’immagine, un essere umano che dà colpi contro le pareti del labirinto della storia. E, non si fraintenda, non è che si sbatta cercando la strada che lo porterà all’uscita. No, il ribelle colpisce le pareti perché sa che il labirinto è una trappola, perché sa non c’è altra uscita se non rompendo le pareti.
Subcomandante Marcos

Il TPO migra!
Il TPO ha concluso positivamente e con successo una negoziazione complessa ed articolata che dalla prima settimana di settembre dell’anno 2000 inaugurammo con la Giunta di Bologna, dopo uno sgombero bastardo avvenuto il 21 agosto e prima che un corteo di migliaia di militanti ci portasse ad entrare all’Ex Euraquarium- Viene da dire che finiva la prima era eroica dei Centri, dopo la fine dell’inverno, dopo il 10.09.1994, dopo la Carta di Milano e si entrava davvero nell’era dello scontro globale e senza fine tra moltitudine ed Impero. Ma di questo diremmo poi. Le attività fisiche e residenziali del Centro sono migrate in via Casarini 17/5, in quella fetta di città che da un lato guarda al Centro, dall’altro al borgo operaio di Santa Viola, prima di arrivare al Reno, ed a nord all’area della Stazione e dei progetti speculativi che sono inaugurati dall’Università, dal Comune e dai 1000 partner privati che compaiono ogni volta ci sia da privatizzare un profitto o da socializzare una perdita. In via Casarini, dal suo ultimo lato, guardiamo il Porto, un quartiere strano ed affascinante, con un giardino dedicato a Francesco, nuovi locali lounge appena aperti, e più in là arriviamo a Piazza Lame, teatro della grande battaglia campale del 1944. Partigiani contro fascisti, prima del Pratello, quartiere ribelle e da sempre bellissimo. Insomma, dai cancelli di via Casarini siamo sulla porta della fabbrica Bologna e si può percepirne la tensione tra divenire metropoli ed il rimanere paesotto post socialista, si percepisce il potenziale sovversivo della sua gente. Un bel posto. Venite a vederlo. La trattativa si conclude con l’ottenimento di uno spazio polivalente, negoziato senza alcuna discussione sui contenuti che produrremo od ospiteremo, sui metodi di gestione, cioè sul soggetto, e limitando la protocollazione al profilo tecnico che le compete. Non avremmo potuto fare altrimenti perché convenzionare la cessione di uno spazio non può mai significare limitare le possibilità politiche del soggetto che sciama al suo interno. Ma non ditelo ai Custodi di Palazzo d’Accursio, a chi pensa che la legalità sia faccenda di regole: non lo è mai, né in un senso né nell’altro; il piano della soggettività e del suo rapporto di forza con la sovranità è la misura di quanta libertà riesci a conquistarti giorno per giorno, metro per metro, byte per byte. Infine, consideriamo un’ottima cosa (per noi e per tutti) avere ottenuto il riconoscimento che uno spazio sociale che conterrà attività politiche, sociali e culturali non debba essere pagato secondo la metrica del mercato; noi non facciamo attività orientate al business, anzi, pertanto non pagheremo affitti a prezzi di mercato. Più si è sociali e meno si deve pagare al pubblico statale, ma anche su questo torneremo. Basti ora dire che questo principio può e deve valere per tutti, ove si sia capaci di esercitare claims concreti e contrattati socialmente con le Amministrazioni Locali.

Ricominciare non significa tornare indietro
Via Casarini rappresenta una tappa talmente importante per il TPO da potersi definire vero e proprio nuovo inizio. Lì costruiremo insieme a tutti i nostri amici, complici e fiancheggiatori un luogo comune nel quale il TPO, Centro e sede del sociale, incrocerà Radio Kairos Fm105.85 - mai nome fu più appropriato – e percorsi associativi e del fare comune che nel tessuto metropolitano hanno un ruolo non eludibile, per le energie relazionali ed affettive e per la loro potenzialità trasformativa. Quando annunciamo l’apertura della costituente di un luogo comune lo vogliamo fare fino in fondo, per questo ve lo scriviamo: sentiamo la necessità di condividere il desiderio di fare pezzi di strada con altre soggettività capaci di arricchirci, stimolarci, produrre a noi e con noi suggestioni di conflitto e pratiche di liberazione in una città la cui gerarchia economica e società politica sono sempre più cappa molle, parassitaria e violenta. In qualche maniera stiamo ritessendo le fila della nostra identità, che da anni, lunghi anni, si compone di produzione di immaginario, pratiche del simbolico, connettività con altri ed altre verso nuovi soviet del Comune, l’atto politico inteso come duro apprendistato artistico ed artigiano. Tremano i polsi pensando a quanta strada abbiamo fatto, alla straordinaria profusione di energia e passione per la libertà che centinaia di militanti hanno investito per farci arrivare fino a qua, molti sono ancora con noi, altri ci stanno vicino, altri ancora se ne sono andati. Altri e altre siamo sicuri che li incontreremo presto. A tutti coloro che non hanno mai abiurato le ragioni e la pratiche della battaglia va l’invito a celebrare insieme il ritorno in centro del Centro. Ma facciamo insieme un passo indietro per capire perché ricominciare non significa tornare indietro. Il punto fondamentale è che negli ultimi sette anni è cambiato tutto tanto sul piano del comando quanto sul piano dei movimenti. Nel 2000 eravamo all’alba di Genova, ci scontravamo con la costituzione ordinativa dell’Impero, solo pochi mesi dopo, la guerra interna e l’arrivo del 11/09 con la morte di Carlo che segna un punto di non ritorno, per tutti coloro che sono stati in via Tolemaide. Il golpe nell’impero, la tensione all’unilateralismo, la fine del berlusconismo, la fine di bush, blair, il fallimento di Bertinotti e dell’ipotesi del buon governo con i movimenti che co-partecipano alla nuova governance multilaterale. In mezzo la nostra vita in comune ed in movimento. Non ci piace e non abbiamo tempo per fare bilanci, basti solo dire che il TPO in questi anni è stato boa di approdo per tutte le nostre avventure in mare aperto, ha rappresentato la casa nella quale proteggerci, tornare per ripartire.

Dentro la città
E’ un enorme teatro grottesco, la metropoli in cui viviamo, senza vie di uscita, effettivamente senza speranza. L’architetto è stanco. Quella stessa urbanistica che doveva battere l’architettura e sdivinizzare l’architetto, non esiste più se non come non-pianificazione di un paesaggio metropolitano indefinito e perverso. L’architetto sdivinizzato continua ad esistere come laico, amaro testimone e disincantato accusatore.
Toni Negri

C’è un fatto nuovo e fondamentale in questa migrazione, cioè che essa dirige verso il centro di Bologna ed in una fase storica nella quale la città è sospesa tra un non più ed un non ancora, lì ad un bivio nel quale deve decidere se divenire metropoli o implodere nel suo passato novecentesco. Il divenire metropoli di Bologna poggia sulla tendenziale egemonia economica del lavoro immateriale, l’evitarlo si sostiene sull’eredità del precedente ciclo. Noi pensiamo che il futuro della città stia nella prima opzione e pensiamo che questa sia la strada favorevole ai conflitti del presente. Ma lo sarà solamente se insieme al divenire metropoli si verifica tutti insieme la decisione di divenire moltitudine: una verifica che solo le lotte metropolitane a venire possono compiere Oggi attraversare una metropoli è attraversare una fabbrica immateriale ed all’interno di essa, dal suo ventre, vanno coltivati quei prolegomeni di esodo che sono il detonatore della sedizione. Se questo è allora possiamo definitivamente leggere il politico con gli occhi del presente perché come “l’egemonia dell’operaio sulla fabbrica era stata costruita nel progetto comunista, così l’egemonia del lavoro immateriale e della moltitudine cognitiva, della metropoli, può essere costruita, dentro e contro il progetto di produzione, nel comune”. Se la metropoli è diventata il campo di battaglia dei movimenti allora possiamo riflettere su cosa significhi comune e pubblico al suo interno. La sfida che tutti e tutte abbiamo di fronte è quella di capire come si costituisca l’agenda ed il programma, cosa significhi la ricerca del comune e l’organizzazione all’interno di un frame politico- sociale così ricco di differenze. Potremmo anche dire che il punto di partenza è il riconoscimento dell’enorme potenza sovversiva che possiede ed innerva la moltitudine produttiva nella metropoli e il parassitismo dei nuovi rentiers. A noi sembra che proprio il TPO sia esempio di bene comune. E lo è perché TPO, nella sua parzialità e con tutti i limiti che possiamo vedere o ci sono stati evidenziati, è progetto concreto condiviso e che si è costituito e valorizzato proprio ed esclusivamente all’interno delle comunità politiche cittadine e del loro agire politico-sociale. Di più: il TPO come bene comune è stato pubblico proprio in quanto ha saputo sottrarsi alla sovranità di Palazzo d’Accursio, quando ha saputo dimostrare che pubblico non significa statale. Il pubblico non statale noi lo chiamiamo comune. Ci sembra che l’Europa dei movimenti ci stia indicando questo quale terreno di ricerca sulla costruzione del comune come nuova sperimentazione dentro e contro il capitalismo, inteso come rapporto sociale, e che dal basso stiano emergendo forme di welfare cooperative e mutuali che sottraggono spazio di comando al potere per assumere su di sé il diritto dell’autogoverno.

Preludio
Ebbene, questi sono solo cenni, parole pensate ad alta voce per noi e per voi. Prendetele per ciò che sono, cariche di tutta l’emozione che prova colui il quale parte per un altro viaggio, ogni volta come fosse il primo. Ogni volta che i pirati salpano, ça va sans dire, preparano mappe, tracciano rotte, immaginano tramonti. Ed ogni volta, invece, conoscono nuovi amori, scoprono nuove melodie, imparano nuove tecniche di combattimento. E mai, davvero mai, si ha nostalgia del passato perchè se così fosse il futuro non potrebbe mai essere nostro. E così non è.

Le compagne ed i compagni del TPO
Bologna, Novembre 2007, Anno di nessun padrone